spazidelcontemporaneo  
 
 
Vulmaro Zoffi
RI-COSTRUIRE

“Conosceva bene la strada e l’intero quartiere – la pensione da cui aveva appena traslocato non era lontana – ma fino a quel giorno la strada aveva continuato a slittare e roteare, priva di qualsiasi legame con lui, mentre oggi si era fermata di colpo, e già si andava rapprendendo in forma di proiezione del suo nuovo domicilio.”

Vladimir Nabokov, Il dono


Ci sono dei legami profondi fra noi e le cose che ci circondano, fra noi stessi e i palazzi che popolano la nostra città. L’uomo guarda il mondo attraverso sagome trasparenti, che crea, e che poi cerca di adattare alle realtà che lo compongono; edifici incorniciano i ricordi; strade danno un senso ai percorsi.

“Come mai, noi nati dal caos, non possiamo mai accostarci ad esso, non facciamo in tempo a dargli un’occhiata che subito, sotto il nostro sguardo, nasce l’ordine...e la forma?” (Witold Gombrowicz, Cosmo).

Abbandonando un pensiero consueto, come un sentiero cittadino, ci sentiamo disorientati. Spaesati. Ci ritroviamo solo quando anche quel palazzo o quell’ombra proiettata sulla piazza già frequentata ci ridonano quel senso di familiarità, di stabilità e di protezione. Così ci muoviamo in superficie, abituandoci a considerare fisse e stabili le cose; perché alla loro permanenza affidiamo la nostra memoria, augurandoci che tutto permanga stabile nel tempo. Basta un solo segno di orientamento perché subito tutto si ritrovi, così come, nel buio della nostra stanza, basta il familiare chiarore della finestra per ricordarci in che posizione siamo dopo un improvviso risveglio notturno.

In quel ripetere che edifica e fissa la nostra memoria, giorno dopo giorno, mattone su mattone, costruiamo il nostro passato che si stabilisce sulle cose. “Sarà difficile trasformare la carta da parati in vasti spazi di steppe. Il deserto dello scrittoio andrà arato a lungo prima che su di esso fioriscano le prime righe. E molta cenere di sigarette dovrà cadere sotto la poltrona e nei suoi anfratti prima che su questa poltrona si possa viaggiare” (Vladimir Nabokov, op. cit.). Sulle facciate tappezzate da invisibili ricordi, la memoria personale si lega a quella sociale, in uno spazio quotidiano popolato da palazzi e mascherato dalle loro facciate. Sugli intonaci si cristallizzano i pensieri. Nel già visto si ritrova l’impronta di un’impressione passata, come quando immaginiamo di calpestare l’orma dei passi che facemmo. Riscopriamo il nostro vissuto: riconoscendo i luoghi frequentati nel nostro vivere quotidiano; ripassando giornalmente sulla strada verso casa o verso quel luogo che, un’ora, un giorno, un anno o una vita fa, avevamo già raggiunto; ripercorrendo un percorso che crediamo di aver già visto. Possiamo così riascoltare la voce dei ricordi più vivi che, rievocati da rinnovata attenzione, escono di nuovo dal silenzio restituendoci quel caro senso di appartenenza.

Nel ripetersi incessante e abitudinario (quell’abitudine, esperta arredatrice, tanta cara a Proust) delle nostre gestualità spaziali, e nel nostro rapporto con le cose, si spiega il modo in cui cerchiamo costantemente nel mondo quella “suite di fissazioni” che garantiscono la stabilità esteriore al nostro interiore essere inquieto; quell’ordine che rende possibile un autentico rapporto fra noi e le cose. Nel rivivere ciascuno riscopre il proprio percorso di vita. Così desideriamo lasciare segni del nostro passaggio, tracce del nostro abitare, e lo facciamo allestendo la città con i ricordi - solidi quanto più vengono spazializzati, e ce lo insegnano anche le antiche arti mnemoniche - posandoli sulle cose del mondo: per erigerli a monumenti della nostra esperienza esistenziale; per costruire, con loro, il nostro ambiente; per ritrovarli ancorati alla rassicurante solidità di una struttura stabile conosciuta.

Questa profonda unione che lega indissolubilmente la memoria con il ricordo visivo dei luoghi, spiega lo sgomento che proviamo ad esempio quando scompare un edificio: con esso infatti svanisce la nostra storia. L’inattesa scomparsa, l’assenza di un punto di riferimento, genera quell’impressione di vertigine del vuoto. All’improvviso guardando in alto c’è un pezzo di cielo in più dove prima c’era qualcosa: e una parte di noi stessi si disperde nella frustrazione di un’aspettativa proiettata su un luogo che c’è sempre stato ma che all’improvviso manca.

Con il crollo rovinano tante storie intime, private e collettive, e si disperdono le memorie individuali e familiari. Il crollo inaspettato, quell'improvvisa amnesia, cancella la storia e genere una nuova realtà fisica: ma è proprio l’inacettabilità di certe improvvise mancanze – come dimenticanze - a spingere l’uomo alla ricostruzione che, con la materia, vuole risarcire una perdita che non è solo fisica, nel tentativo eroico mai vano di riappropriarsi di un passato sottrattogli dalla fatalità o dalla speculazione; nel tentativo di elaborare la tragedia per rivivere.

Attraverso i luoghi quindi, e nella loro evoluzione, nella loro lenta metamorfosi, nella loro improvvisa scomparsa, si colgono i segni dei tempi; gli effetti, e talvolta le ragioni, del loro cambiamento. In quest’ottica, spazio e tempo sono strumenti utili per esplorare la relatività della storia e capire quando, quanto e come siamo cambiati; e i resti presenti, dopo il crollo, sono il segno di qualcosa che è stato e non è più, ma sono anche segno - perché il segno è cicatrice - di un passato che va interrogato; e nella rilettura della storia singolare di ogni città – che si racconta nel secolare rispetto di certe norme dimensionali e formali di certi tessuti urbani, specie nei cosiddetti centri storici - si trovano i fondamenti della nostra memoria comune. Se il futuro decide se il passato è vivo o morto, se la promessa era giuramento o spergiuro, se l’avvenire che essa anticipava è effettivamente confermato o rinnegato, ritrovare il passato significa riprendere la propria auspicata identità. Così, dopo una catastrofe, il passato è sempre “in attesa”; in attesa che si creino le condizioni per una rinascita che non tradisca l’antico patto; in attesa di un senso - di una ricostruzione architettonica - che solo il futuro gli può dare nel momento in cui lo ricorda, lo rispetta o, come accade spesso, sbrigativamente lo ignora rifiutandolo in nome di un presunto “fare contemporaneo” - che nei peggiori interventi, è solo insensibile violento intollerabile ignorante e narcisistico rifiuto di comunicare con il contesto che è storia della città; storia dei suoi abitanti; dei suoi antenati, e memoria collettiva. Patrimonio storico unico che, violentato dall’arroganza di certi costruttori palazzinari speculatori e difensori del proprio personale tornaconto in nome di una presunta “libertà espressiva” dell’oggi, si è dovuto a forza tutelare con la prescrizione di particolareggiate (spesso vane) norme estetico-edilizie, che già la sensibilità di ogni cittadino – prima ancora che architetto – dovrebbe portare in sé; come suo senso civico, come fosse il suo fondamento etico, morale e deontologico.

Se anche solo il doloroso, felice e struggente passato, fosse tollerato dalle nuove architetture, molte di esse troverebbero spazio anche laddove ora viene loro proibito persino dai meno passatisti e conservatori.

Rimaniamo infatti felicemente sorpresi, e commossi, quando – e purtroppo accade raramente - alcuni architetti contemporanei (come ad esempio addirittura Gehry nel suo controverso capolavoro assoluto a Praga o i meno noti EEA a Budapest) dimostrano che si può intervenire nel centro storico: tollerandolo, rispettandolo, pur non rinunciando anche all’espressione più bizzarra dell’arte; traendo anzi spunto o regola proprio dai forti principi dimensionali, cromatici e formali del contesto.

[Contributo dal Web]
 
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  ; Vilma Torselli
Tutto ciò che l'uomo ha potuto escogitare per modificare l'ambiente è stato, nel tempo, strumentalizzato per colonizzare la terra e dimorarvi, rendendola abitabile, e poiché il mezzo d'elezione per raggiungere questo fine è sempre stato quello di costruire ...
  ; Mario Galvagni
  • File 1 (formato pdf)
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      ; Alessando Tempi

    Il fenomeno degli eventi espositivi collocati in spazi non convenzionali ha ormai una sua storia che, a rigore, potrebbe iniziare con il celebre Armory Show del 1913 – allestito a New York nei locali dell'armeria del 69° reggimento dell'esercito sulla 25^ Strada. Ed è più o meno da quel periodo che l'arte d'avanguardia, in modo perlopiù effimero e provocatorio, si è proiettata “fuori” dagli spazi ufficiali – musei, gallerie, salons – ed ha anzi fatto di questo essere fuori una qualità centrale del proprio operare artistico.

      ; Vulmaro Zoffi

    “Conosceva bene la strada e l’intero quartiere – la pensione da cui aveva appena traslocato non era lontana – ma fino a quel giorno la strada aveva continuato a slittare e roteare, priva di qualsiasi legame con lui, mentre oggi si era fermata di colpo, e già si andava rapprendendo in forma di proiezione del suo nuovo domicilio.”




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    Vilma Torselli
     
    . Numero speciale di XAOS. Giornale di confine Reg. Tribunale di Sassari n. 381/2001 - 08/05/2001 - ISSN 1594-669X